Il friulano è una lingua con una particolarità: è uno dei pochi idiomi d’Italia che possiede una scrittura standard riconosciuta e usata in modo “professionale”. In questo articolo ti spiegherò la sua storia e le sue caratteristiche fondamentali.
La grafia della lingua friulana è regolata dall’ARLeF, cioè l’Agenzia Regionale della Lingua Friulana, sulla base delle proposte approvate dalla Provincia di Udine (nel 1986) e successivamente dalla regione Friuli-Venezia Giulia (1996). Nel 2013 si è poi arrivati a definire le regole per le varietà locali che differiscono dallo standard.
Indice
Storia
Le origini

La storia della standardizzazione della grafia friulana è strettamente collegata a quella della codificazione di una variante di prestigio di questa lingua.
Difatti la grafia friulana non “nasce dal nulla”, ma si rifà in gran parte agli usi in voga nella letteratura, specialmente quella scritta tra Otto e Novecento nelle varietà centrali delle provincie di Udine e Gorizia, che di fatto vengono reputate il “friulano colto”.
Il motivo della scelta di queste varietà centrali può essere individuato nel fatto che esse non appaiono né troppo compromesse dal veneto (come le varietà più occidentali del Pordenonese), né troppo conservative e arcaiche (come quelle parlate nella regione montuosa della Carnia).
Tralasciando le scritture dei testi medievali (che non avevano tra le priorità l’uniformità grafica né la fedeltà a una variante in particolare), la tendenza a rifarsi al friulano centrale comincia a farsi strada dopo il successo della produzione letteraria del nobile udinese Ermes di Colloredo (Ermes di Colorêt, 1622-1692).
Tale tendenza diventa ancora più forte a partire dal XIX secolo: il padre della letteratura friulana moderna, Pietro Zorutti (Pieri Çorut, 1792-1867) cura un’edizione delle opere del Colloredo, e con la sua numerosa e fortunata produzione letteraria diviene il modello (anche linguistico) per molti autori successivi.
Tale modello viene poi ripreso come varietà di riferimento (sebbene in modo implicito) anche nell’importante vocabolario friulano curato dall’abate Jacopo Pirona (1789-1870), pubblicato postumo nel 1871. Lo stesso avviene, questa volta in maniera più dichiarata, col cosiddetto Nuovo Pirona, vocabolario pubblicato nel 1935.

Ci troviamo dunque di fronte alla proposta di un friulano centrale piuttosto generico, che non corrisponde precisamente alla varietà di qualche località specifica (neppure a quella di Udine, che nel frattempo passa alla lingua veneta), ma basato su una larga serie di comportamenti coerenti dettati dalla tradizione letteraria.
La codificazione
Nel XX secolo, e specialmente a partire dal Secondo Dopoguerra, l’esigenza di codificare una variante comune diventa ancora più sentita, anche in vista di una rivendicata tutela linguistica. In questo senso vanno i Lineamenti di grammatica friulana di Giuseppe Marchetti (1952), la Gramatiche Furlane di Gianni Nazzi (1977) e l’imponente Vocabolario della lingua friulana di Giorgio Faggin (1985).
Nel 1985-1986 le province di Udine, Gorizia e Pordenone istituiscono una commissione di esperti per definire in modo univoco la norma grafica friulana. Quanto stabilito dalla commissione (con qualche modifica) verrà poi riconosciuto come la grafia ufficiale del friulano con una legge regionale del 1996.
Le lettere
In generale il friulano si scrive come l’italiano, con alcune differenze importanti:
- c: come in italiano, rappresenta il suono [k] (cioè la “c dura”) davanti a /a/, /o/, /u/, nonché in fine di parola, come in campagne, colâ, cuel, blanc (“campagna, cadere, collo, bianco”); oppure [ʧ] (cioè la “c dolce”) davanti a e, i, come in cent, cirî (“cento, cercare”)
- ç: rappresenta il suono [ʧ] e si usa solo in fine di parola o davanti a /a/, /o/, /u/, come in braç, çate, çore, piçul (“braccio, zampa, cornacchia, piccolo”)
- ch: rappresenta il suono [k] davanti a /e/, /i/, come in chest, machine (“questo, macchina”)
- cj: rappresenza il suono [c] (assente in italiano, ma simile a una pronuncia molto schiacciata di chiave), per esempio in cjase, moschje, cjoli, ducj, tancj (“casa, mosca, prendere, tutti, tanti”)
- gj: rappresenta il suono [Ɉ] (assente in italiano, ma simile a una pronuncia molto schiacciata di ghianda), per esempio in parole come gjambe, lungje, gjoldi (“gamba, lunga, godere”)
- s: a inizio parola rappresenta il suono [s] (cioè la “s dura” italiana), come in sec, sant (“secco, santo”); tra due vocali invece rappresenta il suono [z] (cioè la “s dolce” italiana), come in rose, cjase (“rosa, casa”)
- ‘s: rappresenta il suono [z] a inizio di parola, come in ‘save, ‘Sese (“rospo, Teresa”)
- ss: rappresenta il suono [s] semplice tra due vocali, come in masse, rosse (“massa, rossa”)
- z: rappresenta il suono [ts] (cioè la “z dura” italiana), come in zucar, zingar, Gurize (“zucchero, zingaro, Gorizia”); oppure il suono [dz] (cioè la “z dolce”) in zovin, Zenâr, ruzin (“giovane, gennaio, ruggine”)
Nella grafia del friulano non esiste la q: al suo posto viene usata la c, come in cuant (“quando”).
Inoltre si dà grande importanza alla differenza tra vocali lunghe e brevi, considerata una delle caratteristiche più notabili del friulano centrale. Per esempio mîl (miele) è diverso da mil (mille).
In genere non si mettono gli accenti, se non in fine di parola (seguendo, insomma, il modello italiano) o per segnalare la lunghezza della vocale: gli accenti possono essere gravi o circonflessi, a seconda della lunghezza della vocale finale.
Per le varietà locali

All’interno della rigorosa codificazione del friulano standard, si è voluto comunque venire incontro all’esigenza di poter scrivere anche nella varietà locale. Per questa ragione sono state proposte delle soluzioni grafiche, in particolare:
- dh: rappresenta il suono [ð] (come nell’inglese that) in quelle varietà che lo usano al posto della “z dolce” dello standard: per esempio dhenole, dhovin (“ginocchio, giovane”);
- s (intervocalico: ss): rappresenta il suono [s] in quelle varietà che lo usano al posto della “c/ç” dello standard: per esempio, pos, masse (“pozzo, mazza”);
- sj (intervocalico: ssj): rappresenta il suono [ʃ] (come nell’italiano scimmia), suono assente nello standard: per esempio, sjemenâ, messjedâ, crôsj (“seminare, mescolare, croce”);
- ‘sj (intervocalico sj): rappresenta il suono [ʒ] (come nel francese jouer), suono assente nello standard: per esempio, ‘sjave, masjanâ (“rospo, macinare”)
- th: rappresenta il suono [θ] (come nell’inglese thin) in quelle varietà che lo usano al posto della “z dura” dello standard: per esempio thena, gjath (“cena, gatti”)
- z: rappresenta il suono [ts] in quelle varietà che lo usano al posto della “c/ç” dello standard: per esempio, poz, maze (“pozzo, mazza”)
Per ragioni etimologiche, si scrive cj e gj anche in quelle varietà che non hanno quei suoni.
Nelle varietà che posseggono dittonghi in cui l’accento ricade sulla prima vocale, viene raccomandato di evidenziarlo con un accento grave:
- asìat, asìot, asìet, “aceto” (standard: asêt)
- prìadi, prìodi, prìedi, “prete” (standard: predi)
- professùor, professùar, “professore” (standard: professôr)
Infine, sono ammesse deroghe nella scrittura dei toponimi locali, se servono a ripristinare una grafia storica e ben documentata.
Altre grafie per il friulano

Grafie letterarie
La grafia ufficiale friulana in generale è condivisa e accettata dalla maggior parte degli specialisti del settore.
Tuttavia è giusto segnalare che non tutti si sono adeguati alle norme dell’ARLeF – o comunque nella tradizione letteraria della koinè friulana.
Storicamente si può ricordare il tentativo prestigioso di Pier Paolo Pasolini (1922-1975) fondatore nel 1945 dell’Academiuta di lenga furlana. Con essa il celebre poeta volle creare una nuova tradizione letteraria in friulano alternativa a quella della koinè.
Nella sua produzione poetica in friulano, Pasolini utilizza una grafia basata sulle convenzioni italiane e sulla fonetica della variante del suo paese natio, Casarsa della Delizia (PN).
Per esempio, la poesia Il nini muàrt, che recita:
Sera imbarlumida, tal fossàl
a cres l’aga, na fèmina plena
a ciamina pal ciamp.
Jo ti recuàrdi, Narcìs, ti vèvis il colòur
da la sera, quand li ciampanis
a sùnin da muàrt.
Nella grafia standard suonerebbe così:
Sere imbarlumide, tal fossâl/a cres l’aghe, une femine plene/a cjamine pal cjamp.//Jo ti recuardi, Narcîs, ti vevis il colôr/di la sere, cuand lis cjampanis/a sunin da muart.
In generale, non è raro che nella letteratura moderna in friulano diversi letterati e intellettuali rifuggano le norme codificate per seguire le proprie esigenze artistiche.
Grafie “scientifiche”
Dal punto di vista scientifico invece il caso più emblematico è quello del dizionario online curato da Gianni Nazzi, che continua a usare la grafia proposta nel 1985 da Giorgio Faggin per il suo imponente vocabolario (contributo importantissimo per la codificazione della varietà standard del friulano).
Questa grafia, benché abbastanza simile a quella ufficiale, se ne discosta in alcuni punti:
- čh e ğh al posto di cj, gj, come in čhase, ğhambe anziché cjase, gjambe (“casa, gamba”)
- č al posto di ç, per esempio in brač, čate anziché braç, çate (“braccio, zampa”)
- ğ al posto di z, come in ğovin anziché zovin (“giovane”)
- x al posto di ‘s , come in xave anziché ‘save (“rospo”)
- š al posto di sj (in uso nelle varietà locali), come in peš anziché pesj (“pesce”)
- mantiene la consonante etimologica anche quando viene desonorizzata, come in plomb, grand, lung, clâv anziché plomp, grant, lunc, clâf (“piombo, grande, lungo, chiave”)
Confronto letterario
Giusto per mostrare le evoluzioni della grafia friulana negli ultimi secoli, ecco un saggio della parabola del Figliol Prodigo tradotta in friulano (varietà di Udine) nel 1871, e la sua trascrizione secondo le regole ufficiali moderne:
Versione originale
Un omp al veve doi fìs. E il plui ‘sovin al disè a so pari: Pari, dami la part dai bens che mi ven; e il pari al spartì tra di lòr i bens. E dopo pòs dìs, ingrumade su dute la so robe, al lè vie in t’un pais lontan, e là al strassà la so facoltàd vivind disonestamentri. E dopo ch’al vè spindùd dutt, e’ vignì in chell paìs une gran çharistìe, di mûd che lui al scomensà a vè bisùgne.
Trascrizione moderna
Un om al veve doi fis. E il plui zovin al disè a sò pari: Pari, dami la part dai bens che mi ven; e il pari al spartì tra di lôr i bens. E dopo pocs dis, ingrumade su dute la sò robe, al lè vie int un paîs lontan, e là al straçà la sò facoltât vivint disonestamentri. E dopo che al vè spindût dut, e vignì in chel paîs une gran cjaristie, di mût che lui al scomençà a vê bisugne.
Bibliografia consultata
- Jacopo Pirona, Vocabolario friulano, Venezia, coi tipi dello Stabilimento Antonelli, 1871
- Giorgio Faggin, Vocabolario della lingua friulana, Udine, Del Bianco Editore, 1985
- Gianni Nazzi, Luca Nazzi, Dizionario friulano-italiano/italiano/friulano, Milano, Vallardi, 2000
- Grant dizionari bilengâl talian-furlan, 2010
e perchè “quelli della carnia” dovrebbero imparare a scrivere (e a parlare?) in “friulano colto”? tanto vale che parlino e scrivano in italiano.
C’è quest’idea che una forma standard della lingua regionale ‘ammazzi’ le varietà locali. Questo è falso. Chi ammazza le varietà locali, senza eccezione alcuna, è l’italiano. O, in alternativa, i friulani che non passano la propria lingua ai figli, che perciò si ritrovano a imparare solo la forma standard, perché è l’unica che viene offerta a loro. Non incolpiamo il ‘friulano colto’ di cose di cui non è responsabile.
Avere una forma standard (perlomeno scritta) è una condizione comune a buona parte delle lingue scritte del mondo. Il che non significa imporre la forma PARLATA. In italiano scriviamo tutti alla stessa maniera, e continuiamo a parlare ognuno col nostro accento e la nostra cadenza. Perché per il friulano questo sarebbe impossibile?
Detto questo, non voglio fare l’avvocato d’ufficio di una norma grafica (perché stiamo parlando di questo: non di una lingua diversa, ma semplicemente della forma scritta), che probabilmente ha anche dei difetti.
Brau Péder!
Il limite, a mio avviso, della norma friulana codificata è che non è né carne né pesce.
Non voglio qui discutere pro e contro l’idea di coinè — tema ricorrente su questo sito —, ma rileverei che la codificazione del friulano risulti carente sia da un punto di vista “coinardo” che “anticoinardo”.
Dal primo: se vuole essere proposizione d’un modello di lingua che, per convenzione, si ritiene accettabile un tutta la Furlanie — ciò verrebbe incontro alle esigenze di coloro che non sono parlanti nativi (o sono parlanti “evanescenti”), non essendo, ovviamente, possibile la produzione di dizionari, grammatiche, manuali, antologie o altro materiale didattico per ciascuna varietà locale — la grafia standard è manchevole perché presenta troppe ambiguità nel rapporto grafema/fonema, non costituisce cioè una guida alla pronuncia per chi non l’abbia già nell’orecchio: manca la distinzione tra semiaperte e semichiuse, l’indicazione dell’accento tonico (e in friulano le parole sdrucciole sono frequenti), il grafema indica due o addirittura tre fonemi differenti. Che si tratti di debolezze comuni all’ortografia italiana potrà renderlo meno evidente, ma non gioverà certo al neoparlante che rischia svarioni certo imperdonabili dal punto di parlante tradizionale. E sappiamo quanto lo scoraggiante purismo di questi ultimi sia una delle cause della difficoltà d’avere nuove leve di parlanti delle lingue minacciate.
Da un punto di vista più “localistico” l’uso dei grafemi “diafonemici” suscettibili di pronuncia differente non toglie il carattere fortemente centrato sul dialetto centrale, soprattutto per quanto concerne la grafia delle vocali lunghe che altrove sono dittonghi o brevi, e per di più con corrispondenze spesso non “prevedibili” né in un senso, né nell’altro. E` quindi grafia non applicabile alle varietà periferiche (alcune delle quali oggi più vitali!) se non attraverso forti cambiamenti dell’immagine grafica della parola. Ammetto comunque che individuare una grafia “diafonemica” anche per le vocali non sarebbe stato facile, se non rompendo completamente con l’italiano.
Vorrei precisare che Pasolini non ha scritto le poesie friulane in quel modo per “esigenze letterarie”, ma perché semplicemente voleva scriverle nel friulano di casarsa, che come quasi tutti i dialetti concordiesi termina i femminili in -a, usa le c dolci al posto del cj ecc.
Le prime produzioni in friulano utilizzavano il friulano centrale, ricalcando molto quella che oggi è la forma standard, poi passò al friulano casarsese per questioni affettive e di affinità sonora con la lingua d’oc.
Nel territorio italiano il dominio della lingua italiana ha spinto ai margini ogni altra concorrente linguistica, fra le quali il friulano. Le cause? Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, Tasso, ecc.
Qualcosa di simile stà oggi accadendo in terre friulane: la variante centrale della lingua è ovviamente scelta come lingua standard, a scapito—a mio parere molto dannoso—delle altre varianti. La differenza: l’evoluzione della lingua italiana è dovuta all’impulso poetico; la delegazione della variante centrale della lingua friulana comune è dovuta a scelte puramente burocratiche.
I sostenitori del friulano standard diranno sicuramente che in Colloredo hanno pure loro un poeta che ha beatificato la loro scenta. Ma non potrebbero i sostenitori di almeno un’altra variante rispondere che in Pasolini (i maggiore poeta friulano di tutti i tempi) hanno pure loro un notevole promotore?